Anche quando sembra sia così
Buongiorno amici. Oggi riflessione sul fatto che i nostri figli non ci stanno escludendo, anche quando sembra sia così

La proposta arriva da lei, dalla figlia di 12 anni: “Mamma, andiamo a prenderci un gelato domenica nella nuova gelateria?”. È nel fine settimana, è un’iniziativa sua, è quello che ogni genitore aspetta. Poi, il giorno stesso, con la naturalezza disarmante della preadolescenza: “Ho detto alla mia migliore amica di venire con noi”. E qualcosa, dentro, si spezza.
Una storia vera
Questa è una storia vera, raccontata da una madre, ma non è una storia isolata. È una delle scene che ci sentiamo raccontare più spesso da genitori ed educatori: la frustrazione di un’aspettativa di esclusività, che nasce, già da prima, dalla sensazione di vedere i ragazzi crescere e distaccarsi sempre di più. È una percezione che mette in allarme il cervello del genitore e che si scontra con il modo in cui i nostri adolescenti stanno imparando a stare nel mondo. Una frustrazione così intensa da portare quella madre ad annullare l’uscita, a impiegare ore per smaltire la tensione e poi a sentirsi in colpa, riconoscendo di aver reagito in modo sproporzionato di fronte a una figlia che non aveva fatto nulla di male.
Eppure quella reazione, prima ancora di essere un comportamento non corretto oppure non particolarmente utile ed efficace in quel momento, è profondamente umana. E per capirla davvero, e quindi per trasformarla, serve entrare in due teste diverse: quella dell’adulto e quella dell’adolescente.
Perché un gelato diventa unico e irripetibile per noi adulti
Quando vediamo i nostri figli crescere e allontanarsi, ogni momento di vicinanza spontanea assume agli occhi del genitore un valore quasi sacro. E quando un evento viene caricato di un significato così alto, il sistema emotivo diventa enormemente più reattivo. A questo si aggiunge, sullo sfondo, una paura sottile che nel cervello del genitore lavora in silenzio: la paura di perderli. Da un lato il timore che, crescendo, si allontanino davvero; dall’altro quella preoccupazione tipicamente genitoriale che possa succedere loro qualcosa. È un mix che amplifica ulteriormente la reattività emotiva del momento.
Quello che accade nella testa del genitore ha basi neuroscientifiche precise. Quando percepiamo che i nostri ragazzi stanno crescendo, che non siamo più al primo posto come quando erano piccoli, il cervello inizia a leggere quei rari momenti di iniziativa da parte loro come occasioni uniche, irripetibili. E qui scatta un meccanismo che conosciamo bene: più alta è l’aspettativa, più intensa e reattiva diventa la risposta emotiva.
Non è un difetto di carattere. È il funzionamento di un cervello che, davanti a uno stimolo caricato di significato, attiva l’amigdala, il centro delle emozioni intense, con molta più forza. La corteccia prefrontale, quella che modula, contestualizza e razionalizza, viene momentaneamente scavalcata.
La migliore amica
Ecco perché, in quel preciso istante in cui la figlia comunica della migliore amica, il genitore non sceglie di sentirsi tradito: lo sente, e basta. La proposta dell’amica viene letta dal cervello come una frattura, un cambio di programma che disconferma l’idea di esclusività che il genitore aveva costruito. Da qui la chiusura, l’annullamento dell’uscita, il pomeriggio rovinato.
E poi, quando il sistema emotivo si raffredda e la corteccia prefrontale torna in linea, arriva il senso di colpa. Perché la lucidità mostra quello che nel momento non si vedeva: la figlia non aveva tradito nulla.
Cosa succede invece nella testa di un’adolescente di 12 anni
E qui sta il vero ribaltamento di prospettiva. Per lei, aver proposto il gelato alla madre è già una comunicazione enorme. In una fase della vita in cui il gruppo dei pari diventa centrale, in cui ci si stacca progressivamente dalle figure adulte di riferimento per costruire la propria identità, scegliere di passare un pomeriggio con la mamma non è scontato. È un gesto di contatto, di legame, di richiesta esplicita di vicinanza.
E aggiungere l’amica del cuore non è una sottrazione: è, nel loro linguaggio, un valore aggiunto. Per un’adolescente di 12 anni, portare la migliore amica a fare qualcosa con la madre significa:
«Io di te mi fido, di lei mi fido, voglio mescolare i due mondi più importanti della mia vita. Non ho nulla da nascondere, voglio mostrarmi anche ai pari mentre sto con te».
Fiducia
È un’integrazione, non un’esclusione. È fiducia, è confidenza, è quella forma di intimità che gli adolescenti riservano a chi sentono davvero parte del loro perimetro affettivo. Solo che lei non lo dice così, perché per lei è ovvio. Lo comunica con la naturalezza di chi sta facendo, dal proprio punto di vista, una cosa normalissima.
È importante tenere presente che può anche capitare che gli adolescenti chiedano intenzionalmente la presenza degli amici per non passare quel momento da soli con l’adulto, cercando in loro un supporto che in quel preciso istante sentono di non poter avere altrove. Ma questo, in genere, accade quando si tratta di situazioni che devono fare per forza, non quando possono scegliere come in questo caso, o quando è una semplice richiesta genitoriale. Ecco perché tante volte, in quei casi, chiedono “può venire anche quello, può venire anche quell’altro?”, perché preferiscono la compagnia degli amici. Da un lato è normale, dall’altro è anche l’occasione per rivedere la propria comunicazione: tante volte, anche nei momenti di svago o di serenità, si finisce a parlare di compiti, di doveri, di cose da fare, e questa è una delle condizioni che porta i ragazzi a sfuggire.
Due algoritmi che funzionano in modo diverso
Il punto è proprio questo: adulti e adolescenti hanno linguaggi differenti perché hanno algoritmi cerebrali che funzionano in modo diverso. È come con i social: quando capisci come funziona l’algoritmo, trovi il modo di entrare in contatto. Quando lo ignori, continui a parlare a vuoto.
Il cervello adolescente è in piena ristrutturazione. La corteccia prefrontale, sede della regolazione, della pianificazione, della lettura del punto di vista altrui, è ancora in fase di maturazione, mentre il sistema limbico, quello emotivo e relazionale, lavora a piena potenza. Per questo i ragazzi vivono il presente con un’intensità che spesso fatichiamo a riconoscere: il gesto del momento, la richiesta che hanno appena fatto, sono già tutto. Non hanno bisogno di costruirci sopra una sceneggiatura di esclusività e di tempo speciale dedicato solo a noi. Quella sceneggiatura è la nostra, di adulti che vediamo il tempo scorrere e i ragazzi allontanarsi.
E allora la stessa scena, un gelato in tre invece che in due, ha due significati radicalmente diversi:
Per il genitore: una promessa di esclusività che viene rotta.
Per l’adolescente: un momento di relax da condividere, una fiducia che si dichiara.
Nessuno dei due ha torto. Stanno solo abitando due algoritmi diversi.
Cosa portarsi a casa da questa storia
1. Il primo passo, quando arriva l’ondata emotiva, è riconoscerla per quello che è: una risposta automatica del nostro cervello, non un giudizio sui ragazzi. Sentirsi feriti non significa essere stati feriti. E quel senso di tradimento che a volte ci attraversa nei piccoli momenti come questo non è la verità della relazione: è il termometro delle nostre aspettative.
2. Il secondo passo è darsi tempo. Aspettare che l’amigdala si calmi prima di prendere decisioni come annullare tutto. Gli adulti che hanno imparato a farlo raccontano che, quasi sempre, dopo qualche ora la lettura della scena cambia completamente.
3. Il terzo, e forse il più importante, è imparare a tradurre. Quando un adolescente ci include in qualcosa di suo, anche allargando il cerchio, non ci sta sostituendo: ci sta facendo entrare nel suo mondo. Riconoscerlo è il primo gesto per non restarne fuori.
Perché un gelato, alla fine, non è mai solo un gelato. Per noi è un’occasione caricata di memoria e nostalgia; per loro è un pezzetto della vita che vogliono condividere, esattamente nel modo in cui sanno farlo a dodici anni. Sta a noi adulti fare il passo, allenarci a leggere il loro algoritmo, ad accogliere quella migliore amica seduta al tavolo come parte del messaggio. Loro ce lo stanno già chiedendo, a modo loro. Tocca a noi imparare ad ascoltarlo.
E se hai bisogno del mio aiuto chiedi una consulenza personale con me.
Alla prossima amici:)
Articolo in collab. con il magazine Adolescienza.it
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